Unità, radicamento e conflitto per (ri)tornare protagonisti

di Simone Oggionni È tempo di un primo bilancio, a quasi due mesi dalla fine della IV Conferenza nazionale della nostra organizzazione. «Unità, radicamento, conflitto» è lo slogan che abbiamo scelto per la conferenza di Pomezia ed è in queste parole d’ordine che dobbiamo trovare il senso del nostro progetto politico. Abbiamo investito innanzitutto nell’unità e l’unità sta dando i suoi frutti. Lungi dall’essere – come ci è stato rimproverato – un feticcio, l’unità ha un valore essenziale, è il collante che ci consente di affrontare con fiducia questi mesi difficilissimi di resistenza, è il cemento della nostra ricostruzione.

Ed è ciò intorno a cui concretamente si sta plasmando la nostra organizzazione: archiviato il congresso, si sta aprendo una fase nuova, nella quale finalmente si guarda ai propri compagni con meno diffidenza e più fiducia. Il meccanismo virtuoso messo in atto con il congresso (mi riferisco innanzitutto alla scelta del documento unitario e alla smilitarizzazione, anche se spesso forzata e asimmetrica, del dibattito interno) sta producendo i suoi effetti nei territori e ci sta consentendo di scoprirci – in una misura inedita per un’organizzazione così drammaticamente abituata ai conflitti interni e alle spaccature – una grande e omogenea comunità politica. E che grazie alla sua compattezza interna può guardare anche al processo unitario esterno, necessario, irreversibile, con meno timore e più razionalità.

La seconda parola chiave è «radicamento». Nelle cinque settimane successive alla conclusione della conferenza di Pomezia sono giunte al sito nazionale quasi trecento richieste di tesseramento. Trecento compagne e compagni, spesso giovanissimi, che si sono messi in contatto con noi, centralmente, perché sino ad oggi slegati dal lavoro politico sul territorio. A questo capitale enorme si aggiunge il tesseramento ordinario e capillare che sta partendo in ogni singola federazione in questi giorni. Una così alta adesione è il segno del fatto che, finalmente, i Giovani Comunisti stanno tornando ad essere, almeno a livello simbolico e nell’immaginario di un giovane di sinistra, mediamente militante e mediamente informato sui fatti politici, un punto di riferimento. Anzi, il punto di riferimento principale.

Ma sbaglieremmo se concentrassimo la nostra attenzione soltanto sull’impatto virtuale e sul riconoscimento esterno. Dobbiamo guardare a noi stessi, ricostruendo nelle relazioni quotidiane e concrete con il movimento di classe una credibilità fortemente annebbiata in questi ultimi anni. Le assemblee universitarie, le mobilitazioni antirazziste, i luoghi di lavoro, i cortei studenteschi devono tornare ad essere casa nostra. Un’organizzazione che non ha una vocazione di massa, che non vive e non frequenta giorno per giorno gli spazi abitati dai propri soggetti di riferimento non ha alcun senso. Da questo punto di vista l’imperativo deve essere quello di uscire dalle stanze chiuse delle nostre sedi e di mettere radici nella società e nei conflitti che l’attraversano.

I conflitti, appunto: l’ultimo corno della nostra linea politica. Questo è un tempo di grandi conflitti e di grandi sfide, ed è il tempo di tornare a vincerli.

Ci lancia una sfida questo governo di fascisti che calpesta ogni giorno la Costituzione e le regole democratiche, persino le leggi elettorali.

Ci lanciano una sfida i padroni che, con le destre, spingono sull’acceleratore della lotta di classe contro i lavoratori, puntando a cancellare le tutele più elementari, come il contratto collettivo nazionale di lavoro e l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Ci lancia una sfida il ministro Gelmini che, in accoppiata con Tremonti, non fa altro che distruggere il diritto allo studio, privatizzare i centri di formazione, a partire dalle scuole e dalle Università, e depauperare la ricerca.

Ci lancia una sfida un sistema di illegalità che attraversa la politica in maniera epidemica e fa perdere credibilità all’idea stessa di trasformare il mondo attraverso la partecipazione e la lotta.

Dentro questo mondo, e non auto-esiliati in un universo ideologico astratto, nostalgico e consolatorio, dobbiamo tornare a fare conflitto e ad essere protagonisti.

In queste settimane, dando un’occhiata alle mille manifestazioni, al fiorire delle iniziative in tutta Italia, al moltiplicarsi dei blog, delle vertenze e delle campagne territoriali, mi pare di capire che abbiamo imboccato la strada giusta. Dimostriamo che ciò che stiamo costruendo non è un’illusione.

SIMONE OGGIONNI
portavoce nazionale Giovani Comuniste/i

9 Aprile 2010

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