UNA GENERAZIONE DI SOGNI, CONFLITTI E RIVOLUZIONI

«Potranno tagliare tutti i fiori, ma non fermeranno mai la primavera» (Pablo Neruda)

«Se si sogna da soli è solo un sogno, se si sogna insieme è la realtà che comincia» (Ernesto Guevara)


1.      Una generazione in crisi e nella crisi del capitalismo

La crisi economica mondiale è il tratto determinante di questa fase. È una crisi «di sistema», che dimostra come il capitalismo sia strutturalmente incapace di diffondere eguaglianza e benessere e come, ciclicamente, esso produca stagnazioni e recessioni che mettono in discussione la sua stessa sopravvivenza. Alla radice di questa crisi ci sono trent’anni di compressione salariale, di crescita scriteriata dei profitti, di lotta di classe contro i lavoratori. Anche l’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime negli Stati Uniti d’America – da più parti propagandata come l’espressione di una semplice crisi finanziaria – ha al fondo una pratica di indebitamento di massa che è il prodotto del clamoroso impoverimento della società nord-americana.

In una parola, è in crisi il capitalismo e con esso il sistema politico e sociale che attorno a questo modelli si è plasmato.

E cosa succede quando il capitalismo va in crisi e, con esso, la globalizzazione del mercato, su cui tanto avevano scommesso i poteri forti di questo pianeta? Cosa accade quando le certezze di presente e futuro scompaiono, per diverse generazioni? Si rischia di precipitare nella barbarie: i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri; lavoratori, pensionati, studenti si ritrovano ad avere condizioni di vita sempre peggiori; i migranti sono bersaglio del più aspro sfruttamento e delle derive razziste di una guerra tra poveri che appare inarrestabile; per i giovani si aggiunge alla già sperimentata precarietà la disoccupazione cronica che, già presente in alcune aree del Sud, si sta estendendo a tutto il territorio nazionale.

L’intreccio tra la crisi vissuta (del neoliberismo), che incide sulle vite a livello materiale, e la conseguente crisi subìta (della democrazia), è fortissimo. Nessuna strategia potrà vincere se non terrà presente quest’intreccio e se non porrà sullo stesso piano l’urgenza democratica con quella materiale.

Contribuire alla costruzione di questa strategia è il compito delle/dei Giovani Comuniste/i: dobbiamo intercettare il dissenso diffuso verso il sistema e trasformarlo in una grande battaglia per il lavoro, la giustizia sociale e i diritti.


2.      Un mondo in trasformazione

Il fatto che il capitalismo sia in crisi non prefigura meccanicamente alcun esito. Il maturare di condizioni favorevoli al suo superamento è solo una delle ipotesi in campo. L’America Latina di Hugo Chavez, Fidel e Raul Castro e Evo Morales tiene aperta la prospettiva di un modello di sviluppo e di società alternativo. Da anni è in atto un grande processo di trasformazione: l’ex cortile di casa degli Usa non solo pratica, su scala continentale, una resistenza alle politiche neoliberiste imposte da Usa e Ue, ma contrattacca offrendo un’idea straordinaria di solidarietà, sostenibilità, rispetto delle libertà e dei diritti.

In Venezuela il processo rivoluzionario prosegue grazie all’affermazione della democrazia partecipata e dal basso; in Bolivia, per la prima volta nella storia, gli indigeni conquistano la parola e riscattano le masse sfruttate; a Cuba procede da oltre cinquant’anni una eroica resistenza contro le continue violazioni di sovranità e i continui attacchi terroristici (ribadiamo, da questo punto di vista, la nostra battaglia per la fine del bloqueo, l’estradizione del terrorista Luis Posada Carrilles e per la liberazione dei cinque patrioti cubani).

Un altro popolo in lotta per la liberazione è quello palestinese, rispetto al quale il governo di Israele prosegue una politica criminale. Ci impegniamo nella costruzione di una mobilitazione permanente di solidarietà e per l’abbattimento del muro della vergogna.

Un capitolo a parte meritano gli Stati Uniti del dopo Bush. Nonostante le grandi speranze suscitate dall’elezione del primo presidente nero, gli Usa continuano la propria politica militarista e di sostegno ai poteri forti della finanza. L’intervento in favore delle grandi banche in crisi, il tentativo di far fallire il vertice di Copenhagen, l’escalation militare in Afghanistan, il mantenimento delle basi Usa e Nato in Europa (come il Dal Molin) sono gli unici fatti della presidenza Obama, mentre la speranza di una riforma sanitaria è appesa al filo del voto in Parlamento. In Europa, inoltre, in un’Unione Europea sempre più tecnocratica, avanza un’idea autoritaria e repressiva del rapporto tra Stato e popoli, che allude a società chiuse, militarizzate, repressive, persino illiberali sotto il profilo della costituzione formale.

Tuttavia in diversi Paesi europei avanzano, pur nella loro diversità, le forze della sinistra d’alternativa: da ultimo in Germania, Portogallo e Grecia. Sono segnali di riscossa che indicano, anche nel nostro continente, l’esistenza di uno spazio politico non rassegnato all’ideologia militarista e liberista e alternativo al processo di aggressione al mondo del lavoro dipendente attuato dalla socialdemocrazia europea negli ultimi vent’anni.

3.      Generazione lavoro zero

Governi e Confindustria sferrano da almeno trent’anni un attacco durissimo alle lavoratrici e ai lavoratori che ha messo in discussione un intero secolo di conquiste operaie. Mentre in nome della massimizzazione dei profitti e della competitività i salari, considerati costi da abbattere, hanno visto una contrazione senza precedenti, le rendite sono aumentate insieme ai profitti e agli stipendi dei grandi manager, consegnandoci una forbice rendite/salari inaccettabile e insostenibile.

Diventa centrale la questione salariale. In Italia 14 milioni di lavoratori guadagnano meno di 1300 euro al mese e, tra questi, 7 milioni e 300mila non raggiungono salari di 1000 euro mensili.

Le giovani generazioni sono le più colpite: quattro milioni e mezzo di atipici, una disoccupazione giovanile che crescerà nei prossimi mesi fino a sfiorare il 30% (il 35% al Sud), 400mila precari e 900mila lavoratori dell’industria – in buona parte giovani – che rischiano il licenziamento.

Tutto questo è  ingiusto e deve essere capovolto. Dentro la crisi le/i Giovani Comuniste/i devono avanzare proposte chiare e precise, intorno alle quali promuovere campagne di massa credibili e riconoscibili.

Serve un’offensiva a tutto campo, imperniata intorno ad alcuni obiettivi semplici. Ne proponiamo tre: l’abrogazione immediata della legge 30, simbolo e causa della precarietà generalizzata, e l’individuazione del tempo indeterminato come formula contrattuale canonica (attraverso la proposta di un referendum popolare); un nuovo meccanismo di adeguamento automatico delle retribuzioni da lavoro dipendente all’inflazione reale; l’erogazione di un salario sociale mensile di 1000 euro per i disoccupati di lunga durata (oltre i 12 mesi) e per i giovani in attesa della prima occupazione (con effetti benefici, come dimostra il reddito di inserimento francese, sia in termini di redistribuzione della ricchezza sia in termini di generale innalzamento dei livelli salariali).

Le risorse in carico allo Stato, ovviamente, come ha più volte messo in evidenza la Cgil, vanno recuperate dal prelievo fiscale, oltre che dalla tassazione delle rendite e delle speculazioni finanziarie e dall’introduzione di una tassazione patrimoniale.

4.      La lotta fa scuola

Un grande movimento in difesa dell’istruzione pubblica e di liberazione dei saperi ha, nell’autunno 2008 e, con maggiore difficoltà, negli ultimi mesi, occupato piazze, scuole e Università. Un’Onda che ha contrastato i progetti di disinvestimento e privatizzazione del sistema formativo e ha visto protagonisti studenti medi e universitari, precari della ricerca, docenti e personale ATA. È stato posto con forza il tema del diritto allo studio e della qualità dell’istruzione da almeno 15 anni bersaglio di un attacco violentissimo. Un’offensiva trasversale che ha visto corresponsabili centro-destra (dalla Moratti alla Gelmini) e centro-sinistra (Berlinguer, Zecchino, De Mauro, Fioroni). L’Onda ha svolto un ruolo determinante perché ha espresso un livello di conflittualità e di mobilitazione enorme, finalmente adeguato alla gravità dei provvedimenti governativi. Lo sforzo delle/dei Giovani Comuniste/i, nella pratica dell’internità ai collettivi studenteschi e ai movimenti dei lavoratori della formazione, deve essere volto a incentivare il percorso politico dell’Onda, indirizzandola verso una ricomposizione delle subalternità (fondate sull’elemento discriminante della precarietà di studio, lavoro e vita).

È urgente elaborare una piattaforma di rivendicazioni in grado di connettere – costruendo campagne unificanti – la lotta degli studenti medi, quella degli universitari, dei ricercatori e dei lavoratori della scuola. Occorre battersi per l’abolizione dei provvedimenti Tremonti-Gelmini, contro la riforma della Governance (che rafforza il potere baronale all’interno dell’Università), contro l’autonomia scolastica e universitaria, vere origini dei processi di privatizzazione. Bisogna lottare contro i finanziamenti (diretti e indiretti) alla scuola privata e proporre un piano di investimenti che renda effettiva e concreta l’esigibilità del diritto allo studio: dagli interventi strutturali sull’edilizia scolastica a norme che abbattano il caro-libri (come il copy-left, i testi gratuiti o in comodato d’uso), alla diminuzione delle rette e delle tasse universitarie secondo un principio di progressività, alla garanzia (contro la logica del numero chiuso) dell’accesso ad ogni livello di istruzione. Questa lotta ha poi bisogno di vivere all’interno di una rivendicazione più ampia sul terreno del contenuto dei saperi e della didattica, perché il protagonismo studentesco, oltre che negli spazi democratici di assemblea e rappresentanza che vanno difesi e conservati, possa vivere nella programmazione collettiva di ciò che si studia e di ciò che viene insegnato, rompendo lo schema gerarchico che impedisce agli studenti di partecipare, come soggetto collettivo, alla determinazione degli indirizzi didattici.

La mancanza di uno spazio di discussione studentesco dentro le/i Giovani Comuniste/i  è stato uno dei più grandi limiti che ha vissuto in questi due anni la nostra organizzazione. È necessario convocare entro il prossimo settembre un attivo delle studentesse e degli studenti per socializzare le esperienze e concordare una linea politica che muova dalle priorità sopra elencate.

Il nostro scopo non deve essere quello di replicare in ogni realtà la stessa struttura (come se tutto il territorio nazionale, tutte le scuole e tutte le facoltà fossero identiche, e aspettassero dall’esterno la costruzione di un soggetto politico auto-riferito), bensì quello di mettere in relazione tra loro – attraverso la definizione di una rete dei soggetti in formazione – tutte le realtà di movimento (collettivi, strutture territoriali dei sindacati studenteschi, circoli di partito) nelle quali le nostre compagne e i nostri compagni operano.

5.      Democrazia di genere: la rivoluzione a partire da noi

Il movimento femminista negli ultimi trent’anni si è battuto per rimettere al centro della scena pubblica le donne, le proprie modalità di relazione, la propria libertà, rompendo l’antica separazione tra sfera privata e sfera pubblica, dalla quale le donne erano escluse, in una logica del tutto funzionale al patriarcato e al suo mantenimento.

Abbiamo alle spalle decenni di conquiste, come il divorzio o la legge 194 sull’aborto, decenni in cui le donne si sono riprese, scendendo in piazza e rivendicando diritti, solo una parte di quello che spetta loro. Oggi non solo queste conquiste sono sotto attacco, ma si prova ogni giorno a costruire un immaginario e dei ruoli che chiudano le donne in recinti dai margini stretti e invalicabili. Il corpo delle donne diventa strumento nelle mani del capitale e del potere, e l’idea che prevale è quella di un utilizzo cosciente, frutto dell’autodeterminazione. L’uso del proprio corpo come unica via per irrompere nello scenario pubblico, dal campo televisivo fino a quello delle professioni, sta diventando per le donne sempre più un’abitudine, a cui è difficile sottrarsi.

Continuare a ritenere la libertà delle donne un capitolo delle leggi basate su logiche securitarie, perpetrate in modalità, tempi, linguaggi a misura di uomo, travestire di libertà la strumentalizzazione del loro corpo, sono le nuove pratiche attraverso cui il patriarcato si riproduce. Il patriarcato non è stato sconfitto, e noi crediamo che la nostra organizzazione debba mettere a sistema l’impossibilità di una giustizia che non si compia attraverso lo smantellamento della costruzione culturale patriarcale.

Al contempo riteniamo indispensabile intrecciare le lotte contro il capitalismo e le lotte contro il patriarcato. La nostra prospettiva è infatti la liberazione delle donne e degli uomini, con il superamento sia della divisione in classi sia dell’imposizione sociale dei ruoli.

In quest’ottima riteniamo essenziale ricostruire un’organizzazione capace di esercitare una reale democrazia di genere, senza la quale perde di senso il concetto stesso di democrazia.

6.      Parità, dignità, laicità

Il nostro Paese sconta un’arretratezza inaudita sul terreno dei diritti civili, in buona parte legata alle ingerenze oscurantiste delle gerarchie vaticane. Assistiamo costantemente a crociate contro le libertà di autodeterminazione di donne e uomini, contro il diritto di vivere appieno la propria sessualità, a battaglie contro le vite.

Un vera democrazia si basa sulla libertà dei cittadini e deve partire dall’abbattimento di ogni forma di discriminazione. La nostra organizzazione deve fare proprie le rivendicazioni per la laicità, la parità e i diritti di cittadinanza e, a fianco del movimento GLBTQ, per le unioni civili, contro ogni forma di violenza nei confronti di tutti i gay, le lesbiche e i trans di questo Paese, contro una cultura omofoba e sessista che traspone sul piano dei pregiudizi e dell’intolleranza la ferocia e la criminalità dell’intero sistema.

7.      Una rivoluzione in rete

Internet dimostra ogni giorno la possibilità di costruire legami di cooperazione democratici ed egualitari qualitativamente superiori alle produzioni dei singoli e al fondo incompatibili con il capitalismo. Il p2p, per fare soltanto un esempio, è finora la forma più riuscita di socializzazione della cultura. Il free software e le altre forme di condivisione del sapere in campo informatico, contestualmente, mettono in discussione il diritto d’autore (e le speculazioni che gravitano intorno ad esso) e per questa via contestano il carattere privatistico del sapere e la sua subordinazione al profitto.

Può sembrare una contraddizione, in una rete ancora ampiamente attraversata da logiche di mercato, ma non è casuale che quando a Microsoft proposero a Bill Gates di investire su Internet questi rispose che non voleva investire nel comunismo.

Se la rete oggi funziona, ed è sempre più la dimensione centrale della diffusione di una cultura critica e antisistemica, è proprio grazie all’irruzione prorompente di masse di utenti che chiedono, proprio come nelle società reali, cittadinanza e poteri.

8.      Antifascismo «senza tregua»

La nostra iniziativa antifascista – un’iniziativa di antifascismo militante, non commemorativa o liturgica – ha due avversari precisi: il neofascismo esplicito, quello delle squadracce in camicia nera che, da Forza Nuova a Casa Pound, infestano – spesso con il beneplacito e il sostegno economico delle amministrazioni di centrodestra – le nostre città; e il fascismo strisciante e diffuso, che accoppia le politiche securitarie e xenofobe del governo (dall’alto) con il razzismo di massa (dal basso).

Siamo all’interno di un ciclo egemonico della destra complessivamente intesa, in cui sono mixati liberismo e protezionismo, autoritarismo e populismo. Come sempre in tempo di crisi, tendono a rafforzarsi le pulsioni sociali individualiste ed egoiste che producono guerre tra i poveri.

Per queste ragioni l’antifascismo è una categoria centrale nella costruzione dell’alternativa. Ed è nella solidarietà a tutti i percorsi di antifascismo sociale che riaffermiamo la necessità di un’attualizzazione della nostra battaglia di resistenza.

9.      Migranti: un nuovo popolo di sfruttati

I migranti stanno subendo le ricadute materiali della crisi già da diverso tempo, e le stanno pagando in silenzio e in modo drammatico.

La legge Bossi-Fini del 2002, con l’istituzione del legame perverso tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, ha prodotto un modello di inclusione differenziata, creando gerarchie nell’accesso ai diritti e una cittadinanza a strati (chi ha il permesso di soggiorno, chi è in attesa di rinnovo, chi è totalmente irregolare) che ha imposto ai migranti lavoro nero o temporaneo, ricattabilità, salari da fame, assenza di protezione sociale.

Oggi che la crisi morde sul serio, nelle fabbriche in difficoltà, nelle cooperative che chiudono, nei luoghi del lavoro nero, i primi a perdere il posto di lavoro, senza cassa integrazione né ammortizzatori sociali, sono proprio gli immigrati. Per i quali poi, dopo sei mesi, scatta la perdita del diritto al soggiorno, nonché, grazie al pacchetto sicurezza, l’automatica cancellazione dall’anagrafe e il rischio di finire in un centro di identificazione o di essere espulsi dai confini nazionali.

Ma, detto ciò  (inquadrata cioè la questione all’interno della composizione materiale del soggetto migrante), esiste nel nostro Paese una questione culturale macroscopica che si chiama razzismo. I due ultimi pacchetti sicurezza recepiscono in chiave istituzionale il razzismo diffuso a livello popolare: lo istituzionalizzano, rompendo gli argini dell’ultimo tabù (quello dell’abiura del senso profondo delle leggi “razziali” del 1937 e 1938) sopravvissuto nell’Italia repubblicana.

La debolezza di questo Paese assuefatto al razzismo, esattamente come alla vigilia della seconda guerra mondiale, e in cui il consenso popolare delle destre legittima le peggiori aberrazioni del diritto, ci allarma e ci chiama ad una battaglia culturale per la civiltà.

Anche perché  al fondo agisce il tentativo di utilizzare le paure e le insicurezze generate dalla crisi economica per criminalizzare non soltanto i migranti, ma anche il disagio, la povertà, la diversità, il dissenso, divenuti tutti pericoli da eliminare. La legge sull’immigrazione attualmente in vigore è in primo luogo spettacolo, produzione di immaginario, costruzione di senso: lo dimostra l’ossessiva campagna securitaria di cui l’istituzione delle ronde è l’aspetto più conseguente.

Per tutto questo affrontare la crisi può essere anche una opportunità. Può voler dire una ripresa di parola da parte dei migranti.

Ci poniamo concretamente l’obiettivo di fare attraversare la nostra organizzazione dai migranti, ricercando le forme per promuovere un coordinamento permanente di tutte le forze antirazziste. Allo scopo, investiamo sulla costruzione di una campagna di massa contro il razzismo che contempli la parola d’ordine del ritiro dell’ultimo pacchetto sicurezza e quella dello scioglimento immediato delle organizzazioni di estrema destra, xenofobe e antisemite.

Contestualmente, ci impegniamo a intraprendere azioni concrete come l’apertura di sportelli legali e scuole di alfabetizzazione, intesi come strumenti essenziali per dare una risposta immediata all’emergenza dei bisogni primari dei migranti (casa, lavoro, permesso di soggiorno) e per costruire spazi di mutualismo e solidarietà.

10.  Antiproibizionismo battaglia di civiltà

Assumiamo la lotta anti-proibizionista come elemento centrale della nostra iniziativa politica: lo smercio di sostanze stupefacenti costituisce ancora il settore di maggior profitto per le organizzazioni malavitose, i cui introiti rappresentano circa un decimo del Pil italiano. Le leggi proibizioniste, come la Jervolino-Vassalli, la Turco-Napolitano e la Fini-Giovanardi, hanno fallito, come era prevedibile, in modo clamoroso: se da un lato criminalizzano chiunque fumi uno spinello, dall’altro riempiono le carceri di consumatori e trattano i tossicodipendenti da rifiuti sociali.

Le/i Giovani Comuniste/i non da oggi sostengono la legalizzazione del consumo dei derivati della cannabis e la depenalizzazione dell’uso delle sostanze. Il nostro antiproibizionismo non si basa semplicemente sull’idea che l’uso millenario di una pianta come la marijuana non possa costituire reato, ma anche sulla convinzione della necessità di mettere in campo politiche di riduzione del danno che affrontino realmente, e senza ipocrisie, il tema della diffusione delle droghe e dell’intervento pubblico, su questo terreno, come elemento di lotta alla criminalità organizzata.

11.  Liberiamo gli spazi, riprendiamoci le città

Oggi è in corso un tentativo di sostituire l’antagonismo di sinistra dai quartieri popolari con il populismo demagogico della destra sia leghista sia neofascista. È questa la chiave di lettura dell’ondata di sgomberi dei centri sociali, appoggiata trasversalmente da Alemanno e Chiamparino. Per contrastare i tentativi di radicarsi tra i settori e i quartieri popolari delle organizzazioni neofasciste, dobbiamo renderci protagonisti di una riappropriazione attiva degli spazi sottratti alla socialità. Migliaia di edifici marciscono privi di destinazione d’uso ma sono preclusi ad un uso sociale.

Promuoviamo quindi l’occupazione di questi spazi, consapevoli di agire per l’interesse collettivo in contrasto all’interesse particolare, allo scopo di mettere a disposizione della collettività spazi liberi dalle logiche del profitto.

12.  Comprendere il Nord, combattere la Lega

In questi ultimi vent’anni è avvenuta nelle regioni del Nord una trasformazione sociale, economica e per alcuni versi istituzionale che il nostro partito non è stato in grado pienamente di comprendere. Cifra di questa trasformazione è il radicamento e il consenso di una forza come la Lega Nord, che è riuscita a piegare a proprio vantaggio le contraddizioni sociali riuscendo a dare ad esse risposte immediate e forti. Il contenuto di queste risposte è incompatibile con il nostro modello di società, giacché muovono dal presupposto di spostare il conflitto dal livello verticale a quello orizzontale, in basso, tra gli ultimi, mettendo in lotta autoctoni e migranti, diffondendo con metodi populistici un messaggio reazionario e razzista. A maggior ragione dobbiamo mettere a fuoco il problema di come una forza simile sia riuscita a strutturarsi e ad essere presente sul territorio, colmando il vuoto spesso lasciato dalla sinistra. È necessario che la nostra organizzazione per prima ponga rimedio a questa inadeguatezza, mettendo a tema una seria riflessione sul radicamento territoriale e sull’analisi dei processi che al Nord stanno rendendo possibile l’esplosione del fenomeno leghista.

13.  Sconfiggere le mafie

In un processo di sempre maggiore internità al sistema politico, le mafie rappresentano oggi a tutti gli effetti una imprenditoria produttiva, uno dei pochi settori che non conosce crisi, con un fatturato che sfiora i 130 miliardi di euro annui e che affonda le sue radici nell’economia illegale, investendo in quella visibile. Oltre al dato economico, esiste una seconda costante del fenomeno mafioso: il controllo sociale del territorio, reso possibile dall’assenza o dal malfunzionamento dello Stato sociale in tutti i suoi aspetti, che produce la desertificazione del lavoro, costringendo fasce di giovani sempre crescenti a ricorrere al lavoro nero, sottopagato e precario. Il degrado culturale diffuso è condizione fondamentale dell’insediamento della cultura mafiosa.

Abbiamo spesso sottovalutato la complessità dei fenomeni mafiosi, abbandonando nella solitudine dell’iniziativa politica le compagne e i compagni del Sud. Quello che dobbiamo fare è però superare il concetto di antimafia legata meramente alla legalità. Proponiamo un’antimafia che analizzi la società e i suoi mali partendo dalla mancata soddisfazione dei bisogni della gente e che lotti contro un sistema economico-politico connivente e pervaso dalla criminalità organizzata. Le/i Giovani Comuniste/i che andiamo a ricostruire assumono come prioritario l’obiettivo di elaborare un’adeguata campagna contro le mafie che faccia perno intorno alle battaglie sociali in difesa della dignità e del reddito delle giovani generazioni.

14.  Una nuova «questione meridionale» e la specificità sarda

La nuova «questione meridionale» è questo ma è anche tanto altro. Il Mezzogiorno è ancora una volta abbandonato a se stesso e sprofonda, grazie a politiche che hanno ormai introiettato la cultura leghista, nell’impoverimento complessivo, soffocato dalla criminalità organizzata, da un’imprenditoria spesso miope e cialtrona e da diffusissime pratiche clientelari. Un circolo vizioso che nei fatti svuota i territori meridionali delle principali risorse (materiali, umane e intellettuali) e a causa di un perverso meccanismo avvantaggia altri territori d’Italia, d’Europa e del mondo (mete dell’emigrazione dal Sud dell’Italia). Non è un caso che i dati del Rapporto Svimez 2009 ci dicano che 300.000 persone (in gran parte laureate) ogni anno abbandonano il Sud in cerca di fortuna. La «questione meridionale» è per noi questione nazionale e priorità politica assoluta.

Vi è poi una seconda questione nazionale, che è quella sarda. Non per l’esistenza di una natura sarda, ma per l’appartenenza di questo popolo ad una storia, una cultura, una lingua e una terra comune. Negli ultimi due secoli la Sardegna ha subito una forma di colonialismo con la quale, pur facendo parte di uno Stato unitario, sono state represse le sue peculiarità culturali, linguistiche ed economiche. Oggi la situazione appare peggiorata da un drammatico quadro di crisi occupazionale che colpisce gli adulti e le speranza delle giovani e dei giovani sardi. L’unico rapporto con l’esterno passa per lo sfruttamento delle risorse energetiche e ambientali da parti dei capitali stranieri e per l’inevitabile emigrazione a cui sono costrette le nuove generazioni. Il nostro ruolo è quello di unire la giusta rivendicazione del popolo sardo per il proprio autogoverno alla lotta complessiva del movimento dei lavoratori.

15.  Conflitto e consenso: un nodo da non sciogliere

Stiamo attraversando mesi di rinascita del conflitto sociale. Lo scorso autunno e, con maggiori difficoltà, in questi mesi l’Onda ha riempito le scuole e le Università di tutta Italia. Il protagonismo dei lavoratori è cresciuto esponenzialmente e ha visto il proliferare di vertenze radicali nei contenuti e nelle forme di lotte, contro i licenziamenti e per modalità di gestione e di proprietà della produzione alternative. La lotta dei metalmeccanici e della sinistra sindacale complessivamente intesa contro la distruzione del contratto nazionale di lavoro è un segnale fondamentale per la ripresa dell’organizzazione di classe. Inoltre, come ha dimostrato la gigantesca manifestazione anti-razzista del 17 ottobre scorso, esiste nel Paese una forza eguale e contraria rispetto alle spinte xenofobe del governo Berlusconi: una forza in grado di unire la lotta per i diritti di cittadinanza alla lotta sociale contro la crisi.

Collochiamo la nostra organizzazione al servizio del conflitto sociale: mettendo le nostre strutture e le nostre risorse materialmente a disposizione delle lotte (dalle casse di resistenza ai picchetti, alla disponibilità a costruire insieme forme di occupazione e di autogestione) e provando ad individuare un filo rosso avanzato che possa fungere da contributo politico della nostra organizzazione.

16.  Le/i Giovani Comuniste/i: serve discontinuità

Come Giovani Comuniste/i abbiamo alle spalle anni di lacerazioni interne, di sistematico indebolimento della nostra presenza organizzata, di scollamento progressivo tra il centro e i territori. Anni di clamorosi errori nella linea politica, spesso tesa a indirizzare l’organizzazione verso il suo superamento e la sua diluizione in soggetti altri. Portiamo ancora oggi le ferite di una scissione, congegnata con inganno in mesi in cui ufficialmente la si negava, che ha coinvolto una parte rilevante del gruppo dirigente centrale.

Rispetto a tutto questo serve il massimo della discontinuità. Nelle pratiche (l’organizzazione deve essere riconsegnata ai suoi iscritti, non al gruppo dirigente e men che meno ai gruppi dirigenti delle rispettive “aree”) e nella linea politica.

Tuttavia non siamo all’anno zero. Sia perché alle spalle abbiamo numerose esperienze positive (dall’opposizione alla guerra alle campagne di solidarietà  internazionalista con il Venezuela, il Chiapas, la Palestina), sia perché rivendichiamo un tessuto di militanza, di generosità, di impegno, di dedizione che in tanta parte del Paese in questi mesi ha tenuto aperti i circoli e le federazioni, promosso iniziative, curato il tesseramento, costruito relazioni con i movimenti e i conflitti accesi in ogni singolo territorio, che ha portato la propria solidarietà all’Abruzzo in ginocchio. Questa è l’organizzazione dalla quale vogliamo ripartire.

17.  Le/I Giovani Comuniste/i sono indispensabili

Sentiamo il bisogno di lavorare per il rilancio e la ricostruzione capillare delle/i Giovani Comuniste/i e di ridare alla nostra comunità politica l’orgoglio che in questi anni troppo spesso è mancato.

Abbiamo bisogno di una identità riconoscibile; di una piattaforma politica chiara, che scelga – come si è detto – i terreni di intervento e di mobilitazioni prioritari (la difesa del lavoro e della sua sicurezza, la lotta contro la disoccupazione e la precarietà, la rivendicazione del diritto allo studio e di un sapere critico e alternativo all’ideologia dominante, la lotta contro il nucleare e per uno sviluppo sostenibile, la lotta per i diritti civili, per la legalità democratica, contro le mafie, contro i rigurgiti nazifascisti, una battaglia di solidarietà internazionalista). Infine, di una struttura organizzativa forte, viva, radicata sul territorio. Pensiamo ad un’organizzazione che si lasci alle spalle l’ubriacatura ideologica (il partito leggero, d’élite, il partito dei club) che ci ha esposto al deperimento drammatico della nostra struttura e che investa sul radicamento territoriale e sulla formazione culturale e politica delle compagne e dei compagni.

La mancanza di un canale di comunicazione adeguato tra l’esecutivo nazionale e i territori, la selezione del gruppo dirigente, un coordinamento nazionale deresponsabilizzato sono stati i limiti organizzativi che hanno contribuito negli ultimi anni alla progressiva crisi delle/dei Giovani Comuniste/i. Occorre che i gruppi dirigenti vadano selezionati non sulla base della fedeltà alle aree del Partito ma sulle capacità che compagne e compagni, a partire dai territori, hanno dimostrato di avere nella costruzione delle lotte in scuole, università, luoghi di lavoro, movimenti e comitati. È necessario rendere più operativo il coordinamento nazionale col triplice intento di responsabilizzarne i membri, democratizzare le scelte e dar vita a un percorso che porti a una concreta gestione unitaria e includente dell’organizzazione. È fondamentale creare un sito efficiente aperto alla partecipazione dei territori e una mailing list nazionale di tutta l’organizzazione che diventi canale di comunicazione diretto tra tutte/i le/gli iscritti.

18.  Giovani Comuniste/i: i territori al centro

Tradizionalmente scontiamo un limite: la scarsa attenzione nei confronti delle realtà provinciali. La nostra è sempre stata un’organizzazione forte nelle grandi realtà metropolitane (nella complessità ramificata dei molteplici tessuti sociali e dei mille movimenti) ma al contempo poco dedita alla cura della nostra presenza nelle piccole città e nella provincia. Qui le/i Giovani Comuniste/i sono stati troppo spesso abbandonati a loro stessi, senza un’analisi adeguata rispetto ad una dimensione, quella provinciale, decisiva per la nostra realtà nazionale. E, a maggior ragione, senza un raccordo permanente con il livello centrale. Queste realtà vanno valorizzate e devono diventare reali punti di forza per il rilancio della nostra organizzazione. Ci impegniamo ad assumere come centrale le ragioni e la specificità delle piccole città, individuando campagne mirate e adeguate alla loro realtà economica e sociale.

19.  Giovani Comuniste/i e Rifondazione: internità e autonomia

Crediamo profondamente nell’autonomia dell’organizzazione in ordine alle pratiche politiche e alla ricerca teorica. L’autonomia è un bene prezioso, a maggior ragione quando è capace di intrecciarsi con pratiche di democrazia interna trasparenti e coinvolgenti, che producano – sul terreno dei rapporti interni – la costruzione collegiale di un percorso condiviso, scevro da logiche di correntismo. Siamo un soggetto autonomo, e vogliamo esserlo inventando e interpretando linguaggi, tematiche e prassi, perché solo così possiamo riuscire ad acquisire efficacia e utilità.

A partire da questa autonomia vogliamo irrompere nel partito, incalzandolo e – se opportuno – criticandolo come in alcuni passaggi cruciali in cui sarebbe stato determinante farlo (come in relazione al governo Prodi, per esempio) si è scelto di non fare.

Al contempo, ci sentiamo parte integrante di Rifondazione Comunista, scontiamo i suoi stessi problemi e siamo mossi dalle medesime ambizioni. In larga parte del Paese, soprattutto dalla scissione in poi, noi Giovani Comuniste/i siamo l’ossatura del partito, dei circoli, delle federazioni, dando – a partire dalle nostre specificità – un contributo determinante per il suo radicamento territoriale.

20.  Una nuova utilità sociale per la nostra organizzazione

Abbiamo chiamato “partito sociale” un partito che avesse come baricentro non le istituzioni, ma la società, un partito orizzontale, aperto ed utile per le pratiche concrete messe in atto. Un mezzo capace di rilanciare l’utilità sociale della nostra organizzazione, un efficace mezzo di radicamento che ci permettesse di allacciare rapporti altrimenti preclusi, riscoprendo, nel contempo, le  pratiche storiche del movimento delle lavoratrici e dei lavoratori, cercando di incidere direttamente sulla condizione dei soggetti deboli in balìa della crisi e della ristrutturazione del sistema.

I Gruppi di acquisto popolare, l’esperienza di straordinaria generosità in Abruzzo, l’esperienza delle casse di resistenza, le brigate di solidarietà attiva nelle fabbriche in crisi, scuole e corsi di recupero popolari non possono essere semplici orpelli, ma esperienze da portare a valore, approfondire, evolvere ed estendere anche ad altri campi d’intervento per poi renderle pratiche strutturali del partito tutto.

Troppo poco è  stato ancora fatto per cambiare il nostro agire e le nostre pratiche. Vogliamo fare delle nostre sedi veri e propri presidi sociali, luoghi in cui socializzare i risultati dell’inchiesta, mettere in rete le diverse forme di iniziativa, costruire vertenze territoriali, pratiche di mutualità, consulenze, luoghi in cui costruire un nuovo ruolo aggregativo sul piano culturale e ricreativo (attraverso l’apertura diretta di palestre popolari, sale prove, centri sociali; e la promozione di mostre, concerti, aperitivi).

21.  Un’organizzazione in movimento

Le/i Giovani Comuniste/i devono essere parte integrante e non osservatori o commentatori dei movimenti e dei conflitti che si sviluppano nel nostro Paese. Essere interni ai movimenti e ai conflitti non costituisce per noi una mossa tattica ma un orizzonte strategico. In questo senso rivendichiamo pienamente l’internità ai movimenti altermondialisti che hanno trovato nelle manifestazioni di Genova del luglio del 2001 il punto di più alto consenso.

Vogliamo essere l’organizzazione della conflittualità sociale giovanile, dando un contributo importante alla lotta di classe delle giovani generazioni.

L’approccio che intendiamo praticare è scevro da qualunque presunzione di autosufficienza e fondato sulla consapevolezza della centralità, anche allo scopo della costruzione della nostra identità politica e sociale, del rapporto con i movimenti di lotta, con le diverse forme dell’auto-organizzazione dei soggetti sociali, e dell’investimento sulla loro autonomia.

Oggi è diffusa la diffidenza verso soggetti partitici organizzati. È necessario dunque rilegittimare la presenza dell’organizzazione nei movimenti, dimostrando il grande contributo che i Gc possono dare all’efficacia e all’estensione dei conflitti nell’ambizione di un progetto complessivo di trasformazione della società.

22.  Alternative/i e rivoluzionari

Il fallimento del Governo Prodi, la corresponsabilità del nostro Partito, nel silenzio della nostra organizzazione, rispetto alle scelte deteriori del centro-sinistra in politica estera e sociale, la corruzione e la collusione con i poteri forti che albergano anche nel centrosinistra sono dati con cui le/i Giovani Comuniste/i devono fare i conti. Inoltre, e con ancora più fermezza, dobbiamo finalmente comprendere come la situazione attuale di precarietà, disoccupazione, devastazione ambientale e sociale sia responsabilità del complesso delle classi dirigenti che hanno governato il Paese negli ultimi decenni.

Non è un caso che il Partito democratico si dichiari addirittura estraneo alla tradizione socialdemocratica. Su di esso (sulla sua incapacità  di svolgere un ruolo di benché minima critica e opposizione alle destre e a Confindustria) il giudizio è nettissimo, privo di reticenze o di ambiguità. Riteniamo ormai smascherato l’impianto riformista che all’opposizione genera aspettative e al governo produce delusione e disincanto.

Esistono allora due sinistre, separate dal giudizio sul capitalismo. Il nostro essere rivoluzionari e comunisti ci caratterizza non soltanto nell’allusione ad un orizzonte lontano. Dice qualcosa di chiaro e di cruciale rispetto alla crisi e al modo per uscirne, con un progetto strutturalmente alternativo all’impianto moderato che ispira l’azione del Pd.

23.  Una nuova idea di comunismo, un nuovo immaginario

Vogliamo rimettere a tema l’idea della rivoluzione, del comunismo e della sua rifondazione attraverso il partito inteso come strumento di liberazione e di trasformazione della società capitalistica.

Vogliamo tenere aperto uno spazio di ricerca, che va indagato – come nelle pagine migliori della nostra esperienza collettiva – senza timore o pregiudizi. Per noi il comunismo non è la litania di «frasi scarlatte». Per noi è un orizzonte tangibile, un campo di ricerca, è l’esercizio scientifico del dubbio e della critica. Per questo rifuggiamo dalle verità inossidabili agitate dai «sacerdoti del Verbo». Tra tutte le definizioni possibili di comunismo, scegliamo l’idea di una pratica e di una teoria rivoluzionaria che non si scinde dai soggetti sociali. Per noi il comunismo è il compimento di un’idea di democrazia radicale che, per realizzarsi, ha bisogno della partecipazione diretta dei soggetti e del rifiuto delle deleghe burocratiche, e dunque di un partito nuovo, di una comunità politica non più oligarchica né verticistica. Per queste ragioni il comunismo è un processo che qui e ora intendiamo avviare e non un feticcio che affossa le nostre passioni nella nostalgia della Storia, nelle sue pagine gloriose e nei suoi errori.

24.  La nostra diversità

La separazione tra la politica e le dinamiche materiali della società e della vita quotidiana è all’origine della crisi di credibilità  dell’intero sistema politico e dell’astensionismo che, tra le giovani generazioni, assume una portata macroscopica. Sia perché le modificazioni profonde del sistema produttivo (la frantumazione del ciclo produttivo, l’individualizzazione del rapporto tra capitale e lavoro) hanno indebolito la «consapevolezza» di classe, sia perché, più banalmente, le più grandi organizzazioni di massa della sinistra si sono progressivamente rese autonome dalle istanze reali della società (come dimostrano chiaramente le esperienze di governo). Tutto questo in un contesto di crisi di egemonia della cultura democratica e progressista, che va invece ricostruita a partire da nuovi spazi e luoghi della critica e dell’alternativa. Sconfiggere l’anti-politica significa per noi, quindi, ricostruire un ponte tra lotta politica, conflitto sociale e vita quotidiana dei soggetti subalterni, impegnandoci a rimettere al centro – sul piano soggettivo – il tema della partecipazione collettiva (che è libertà di scelta, affermazione delle ragioni della «politica» come campo di costruzione di un progetto collettivo), della costruzione dell’intellettuale collettivo, dell’abolizione sistematica della dicotomia tra dirigenti e diretti dentro la definizione del soggetto politico.

25.  La proposta strategica: avviare un percorso unitario

Il rilancio dei/lle Giovani Comunisti/e va coniugato con la necessità di avviare un percorso unitario.

Il partito ha scelto, per declinarlo, la strada della Federazione della Sinistra. Una strada giusta, avanzata, che risponde positivamente alla richiesta di unità e coordinamento dell’iniziativa politica e sociale della sinistra.

Noi crediamo nel carattere processuale dell’unità e nel suo sostanziarsi in contributi dal basso.

Come Giovani Comunisti/e siamo in questo percorso e avanziamo la proposta di dar vita all’aggregazione di tutte le forze della sinistra di alternativa che si muovono sul terreno generazionale. Un’aggregazione aperta alle organizzazioni giovanili comuniste (anche alla luce dalla positiva esperienza del campeggio estivo “Alternativa Rebelde”) e della sinistra, ai movimenti, alle migliori intelligenze critiche, alle realtà auto-organizzate del sindacalismo di base,  alle realtà studentesche, alle molteplici realtà associative e aggregative che condividono l’idea della trasformazione, disposte ad avviare un percorso unitario.

Una aggregazione che, a partire dalle contraddizioni che vivono le giovani generazioni precarie, ponga l’obiettivo della trasformazione sociale e dell’uscita dal capitalismo in crisi.

primi firmatari

Anna Belligero

Simone Oggionni

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